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3 février 2010 3 03 /02 /février /2010 16:38
A écouter le jeudi 4 février 2010 sur Radio Courtoisie :
« Livre du jour : Trésors en poche » (Anne Brassié), de 10h45 à 11h30 : Philippe d’Hugues (critique et historien du cinéma), principalement à propos de l’ouvrage Histoire des lettres en France : le pré-Moyen Age & Deux poètes oubliés : Saint Avit et Fortunat de Robert Brasillach publié aux Editions de La Reconquête, mais aussi de l’ouvrage Les tribus du cinéma et du théâtre de Lucien Rebatet, également publié aux Editions de La Reconquête
Publié par ARB - dans REVUE DE LA RADIO
31 janvier 2010 7 31 /01 /janvier /2010 10:59
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Publié par ARB - dans THÉÂTRE
29 janvier 2010 5 29 /01 /janvier /2010 14:26

L’association des Amis de Robert Brasillach a le plaisir de vous convier
à son prochain dîner-débat qui aura lieu le

Vendredi 5 février 2010 dès 19h30


Au restaurant « Les Ronchons »
M. Dominique BESNARD

Quai de la Tournelle 25, Paris V


Repas à 20 heures suivi d’une table ronde avec la participation de  Philippe JUNOD (Pt des ARB), Anne BRASSIE, Philippe D’HUGUES, Manuel HEU, la famille BARDECHE, Eric DELCROIX, Dr MERLIN…

 

BILAN D’UN CENTENAIRE

 

Nouvelles de l’association

Projets de réédition : Robert Brasillach et Maurice Bardèche

Divers

La messe en mémoire de Robert Brasillach, Maurice et Suzanne Bardèche sera célébrée le samedi 6 février à 11h à l’église St-Séverin

Nous nous retrouverons ensuite au cimetière St Germain de Charonne


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Participation au repas et aux frais : 40€ , vin, et café compris.

Réservation obligatoire. Règlement sur place

Restaurant : 01.46.34.50.99 ; fax 09.52.22.50.99

ou brasillach@europae.ch  // Suisse: 022/319.42.42 ; fax : 022/319.42.43

ARB, Case postale 3763, CH-1211 Genève 3
brasillach@europae.ch   www.brasillach.ch.

Publié par ARB - dans ARB
27 janvier 2010 3 27 /01 /janvier /2010 15:09

Dans le n°21 (été 2009) de la revue de Robert Ménard, Médias, le député Christian Vanneste, invité à donner son point de vue sur la liberté d’expression (propos regroupés avec d’autres, sous le tire « Respect des personnes ou nouveaux interdits ? »), déclare notamment (page 32) :

« Limiter la liberté d’expression ? Oui, dès lors que la pensée devient acte. L’insulte et la diffamation sont des actes. L’insulte d’une catégorie de personnes, de manière à susciter la haine à son encontre, constitue également un acte. Fallait-il fusiller Robert Brasillach ? Cet homme était intelligent, mais a fait part de son grand plaisir à coucher avec l’Allemagne et a tenu des propos insupportables à propos des Juifs. Or, cette pensée a conduit 6 millions d’entre eux à Auschwitz. De ce fait, sa pensée renvoyait au comportement et à l’action. »

Il enchaîne ensuite :

« Il faut également signaler le plaisir pervers qu’il y a pour certains à devenir le grand accusateur, le grand dénonciateur d’autrui. En ajoutant à cela le phénomène de victimisation, vous obtenez un processus vous menant, lorsque vous ne respectez pas le trio infernal, à être d’abord attaqué et condamné ensuite.

Ce trio infernal repose d’abord sur le politiquement correct. Les personnes habilitées à s’exprimer en viennent à s’autocensurer, de crainte de vexer tel ou tel groupe bien vu des journalistes. L’autocensure devient rapidement le deuxième élément, à savoir la pensée unique, c’est-à-dire le contraire de la démocratie. Le troisième facteur, beaucoup plus grave, relève du terrorisme intellectuel. Il s’agit de vous empêcher de parler, de vous mettre hors-jeu. "Celui-là", dit-on de vous, doit répondre des tribunaux et non pas du débat. Malheureusement, la justice suit le mouvement. De sorte que, pour un certain nombre de sujets, il n’existe plus de débat possible. »

Publié par ARB - dans REVUE DE PRESSE
21 janvier 2010 4 21 /01 /janvier /2010 22:43

Tratto da Linea del 24 aprile 2009

Quando si dice Brasillach, di solito parte la retorica. È un vizio antico in uso dalle nostre parti. È morto giovane, d’accordo. Gli hanno fucilato l’animo di ragazzo, gonfio di romanticismi e sogni belli. Certamente. Ma oggi questo giovanotto di cent’anni è più vero di ieri. Nato nel 1909, morto nel 1945: si è risparmiato di scendere tutti i gradini della degradazione, all’opera nella vecchia Europa da allora in poi. Si è sottratto al destino di chi, come noi, è cresciuto nell’impenetrabile nebbione del mito mitizzato senza mai veramente conoscerlo, viverlo, vederlo a colori. La fortuna dei martiri è questa. Aver trovato qualcuno che ti fucila al momento giusto. E così ha mantenuto intatto l’alone di gloria, suo è l’esempio. Per sempre. Versato ad ammirare chiunque concepisca l’impegno come un ribollire di energia, Brasillach cantò la giovinezza in quanto contenitore naturale di forza e di tensione… e ad esempio di Codreanu richiamava lo spirito monastico e militare, la «poesia rude e piena di colore… lo stato di illuminazione collettiva…»; dei rexisti celebrava «l’elemento più spettacolare e più attraente del mondo nuovo: la giovinezza. L’universo fiammeggiava, l’universo cantava e si radunava…». Del Fascismo, dunque, coglieva non tanto le dottrine politiche, i corporativismi, le sociologie, ma soprattutto la capacità di radunare, animare e galvanizzare masse giovanili soffiando nei loro cuori uno spirito di vita… questo Fascismo-dio, che muove l’argilla e la rende carne pulsante, Brasillach lo volle vedere come il mito del secolo.

E disse cose inaudite per qualunque orecchio sordo e avvizzito. Pronunciò frasi sbalorditive per chiunque abbia venduto l’anima al perbenismo. Trinciò definizioni ingiuriose per tutti i preti laici del conformismo. Scrisse che «il fascismo è spirito. È uno spirito anticonformista in primo luogo, antiborghese e l’irriverenza vi aveva la sua parte. È uno spirito opposto ai pregiudizi, a quelli di classe come a tutti gli altri…». Che parole! E che sintesi! Che solenne poesia dello squadrismo, del darsi e del darsi altrimenti! Citò Sorel, e ne estrasse un programma politico ristretto in un’unica, brevissima frase: «…i miti non sono cabale astrologiche… Bisogna considerarli modi di agire sul presente». Come l’amore inetto e sterile, il mito mitizzato è funereo e castrante, immobilizza mentre è nato per sospingere. Il mito vivente deve dunque essere storia, società, uomo vero in carne e ossa. Dedichiamo la riflessione a quanti spesso hanno fatto di Brasillach, e di tutto quanto il Fascismo, la retorica degli imbelli e un cartone inanimato.

L’accademico di Francia Thierry Maulnier, nel 1964, paragonò la morte di Brasillach alla malattia del genio, quella che ne interrompe il volo, che inspiegabilmente spezza all’improvviso un destino attraverso la «stupida ferocia della storia». Come per Chénier o per Kleist, la morte per Brasillach è stata un annuncio: «attraverso la grazia e la tenerezza colma di tristezza del gesto con cui hanno accarezzato le forme visibili ed invisibili della vita: di quella vita che Robert amava troppo per rassegnarsi alla sua usura». Dunque il poeta Brasillach ha consapevolmente accettato la morte nel momento in cui si rese conto che, da un certo momento in poi, la sua vita si sarebbe logorata e sciupata. Lo si direbbe proprio un prescelto dagli dèi, che sono soliti infliggere ai sopravvissuti o ai posteri la condanna inespiabile di lunghe esistenze deprivate di grazia.

Le inquadrature da cui è possibile osservare oggi Brasillach sono quelle di un altorilievo neo-classico. Saint-Loup provò a sintetizzare: «Un essere tutto luce come lui non poteva sostenere il combattimento con armi comuni. Gliene occorrevano altre, più temprate di quelle degli Spartani che ammirava. Le ha trovate nel supplizio e la sua morte mira più alto della sua vita; il suo sacrificio conduce infinitamente più lontano della sua penna. Ha persino “trasfigurato” il fascismo che egli sosteneva». Una mistica di questo genere è il pane quotidiano per ogni religione
<http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione> . Perfino per quelle che predicano l’umiltà e sono tronfie, elogiano la povertà, ma vivono di sfarzo e di potere… Di mistica si nutrono i devoti, come dell’esempio cui rifarsi, del santo cui appellarsi. E poco importa se storicamente l’Idea ha prodotto contraddizioni, atroci disinganni, menzogne. Gli uomini vivono nel fango ma, ogni tanto, hanno bisogno di alzare lo sguardo e di pensare alto. Dura un attimo, ma conta. Come ogni religione <http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione> che abbia mosso uomini alla milizia e al martirio di sé, anche il Fascismo ha i suoi santi. E Brasillach, mandato a morte mondo di peccato, conserva il suo alone di sorridente volontà di sacrificio. Non un “santino”, ma un uomo capace di assoluto. Giano Accame <http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/> , invece, e con parole straordinariamente suggestive, ne fece un “inattuale”: «Perchè Drieu è attuale, Céline <http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine> è ancora attuale, e Brasillach non lo è?». Scrisse che il suo ottimismo gli faceva un po’ pena, che le sue ingenue enfatizzazioni sul Fascismo e sul Nazionalsocialismo ne fecero un illuso. Un’anima semplice? Noi oggi, a tutto questo, vorremmo aggiungere l’elogio dell’ingenuo. Colui che rimane nel proprio gene. Che ne resta imbozzolato e non conosce l’altrove, bastando a se stesso. Wagner fece un poema dell’ingenuità di Sigfrido. E Parsifal non era forse un ingenuo? Quali figure, più di queste, richiamano alla mente la radicale opposizione col mondo moderno e con i suoi personaggi falsi, ottusi, materiali e gonfi di vuoto?

Brasillach ebbe la colpa di immaginare un mondo ribattezzato dal Fascismo come fosse una rivoluzione dello spirito, capace di rifare l’uomo dalla testa ai piedi. Parlando di Brasillach, Accame
<http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/> faceva del sarcasmo, alla sua maniera: «L’uomo nuovo che avevamo sognato non è diventato né migliore, come si sperava, né peggiore, come si temeva… abbiamo tirato fuori la testa dal disastro e ci siamo ritrovati adulti, sciatti, moralmente grigi, ma ben presto compiaciuti di noi stessi, dei nostri utensili, dei nostri guadagni, delle nostre ferie, sotto un cielo vuoto». Che terribile cantico al tracollo dello spirito poetico e che terribile denuncia circa il dilagare della più vile delle prose!

E poi è anche possibile che Brasillach fosse meno ingenuo di quanto pensiamo noi. Magari volle e si impose di essere poeta proprio perchè comprese alla perfezione che altrimenti sarebbe morto anche se avesse continuato a sopravvivere. Tra i non conformisti degli anni Trenta aleggiavano proiezioni e immaginative di cui noi oggi non possiamo comprendere che poche cose. Nella sua famosa Lettera a un soldato della classe ‘40, Brasillach in qualche modo ci spiega quanto poco fosse un illuso o un ingenuo. Il “caro ragazzo” a cui si rivolge è il giovane del dopoguerra e di tutti i dopoguerra. «Ti chiedo solo di non disprezzare le verità che noi abbiamo cercato, gli accordi che abbiamo sognato al di là di ogni disaccordo, e di conservare le due sole virtù alle quali io credo: la fierezza e la speranza».

Se pensiamo un attimo a quanto poco si aggirino per l’Europa mondializzata la fierezza e la speranza, si capisce che Brasillach non parlava il linguaggio etereo del metafisico con la testa tra le nuvole, ma quello concreto dell’uomo in cerca, sorretto dalla volontà di adornare l’esistenza di qualcosa, anche minima, per cui valga davvero la pena di essere vissuta. La fierezza e la speranza – ma non sarebbe un ottimo titolo per un libro postumo di Oriana Fallaci, certo ad altissima tiratura? – sono precisamente quelle cose di cui oggi manca completamente la povera Europa che ha fucilato Brasillach, colpendone ben più lo spirito che il corpo. Uomo tutt’altro che spaesato e abbandonato a sogni adolescenziali, Brasillach fu al contrario attento alla modernità, ne annusò certi segnali, ne apprezzò non poche manifestazioni, ne assaporò molti lati. Dal cinema alla musica jazz, al teatro, persino ai cartoni animati… e non gli fece difetto una “normalissima” inclinazione per la vita bella, suadente, rallegrante, esteticamente ricca e stimolante. E quando fu il momento, con la morte in faccia, mantenne quel sangue freddo che si addice più al navigato avventuriero che al semplice e al sognatore.

Noi gli perdoniamo facilmente di aver preso qualche memorabile “cantonata”. Non fu l’unico. Si tratta anzi di una regola storica. Rileggiamo volentieri le sue pagine visionarie, lisergiche, pregne di santa e sana allucinazione: via di fuga dalle miserie borghesi. Ripercorriamo insieme a lui l’arduo cammino di quanti furono per una lunga stagione al centro degli eventi e vi si tuffarono a capofitto secondo istinto. E confessiamo invidia per chi, come lui e molti della sua generazione, ha avuto in dono dal destino la possibilità di commettere anche grandi sbagli, potendosi dare l’aria di aver centrato il senso della storia. A noi è toccato in sorte di frugare tra gli avanzi degli altri, senza trovare nulla che non fosse avvilimento.
«Un accampamento di giovinezza nella notte, l’impressione di essere un tutt’uno con la propria Patria, il collegarsi ai santi e agli eroi del passato, una festa di popolo, ecco taluni elementi della poesia fascista, in cui è consistita la follia e la saggezza del nostro tempo. Ecco ciò, ne sono sicuro, cui la gioventù tra vent’anni, dimentica di tare e di errori, guarderà con oscura invidia e con inguaribile nostalgia…». Queste parole, effettivamente, nascondono un errore di valutazione. Ma non riguarda l’analisi del suo tempo, bensì la prognosi di quello a venire. Nessuno ha dimenticato le tare e gli errori, ma tutti ricordano soltanto quelli… e nessuno si azzarda a provare invidia o nostalgia per idee che, nel frattempo, lavorate a lungo da eserciti di termiti giganti, sono state ridotte a relitti terribili e a minacciose mostruosità.

Di Brasillach ci piacciono ancora e nonostante tutto e in faccia al mondo alcuni suoi fondamentali. L’Europa è uno di questi. Un asse latino-germanico, un pullulare di patrie e di identità rivendicate, un mito da agitare, e ancora oggi, e proprio nel momento in cui la parola “identità” è diventata una colpa e un insulto e al mito si affibbia la maschera tragica del delirio. Di Brasillach ci piace poi il suo anarchismo. La sua voglia mobile di raccontare storie di radicamento: «Voglio restare… restare nella tua ombra, ingannare l’attesa, il ricordo di avere atteso, sperare, attendere ancora…», fa dire a Berenice l’errante. Questo “restare” potrebbe diventare all’improvviso una parola d’ordine e un grido. Di pochi oppure magari di molti. Magnifica illusione o scelta pesante? Dopo tutto, lo aveva scritto ne I sette colori: «Ad altri gli entusiasmi della illusione, la certezza che mai ha dubitato di sé. Per noi, il nostro solo merito, in tutti i campi, è di esserci accettati, di avere scelto».

* * *

Tratto da Linea del 24 aprile 2009.

Publié par ARB - dans REVUE DE PRESSE
14 janvier 2010 4 14 /01 /janvier /2010 14:49
Dans un entretien donné au Groupement national des cinémas de recherche pour un dépliant promotionel relatif à son film La Terre de la folie, sorti à Paris le 11 janvier 2009, Luc Moullet déclare : « [...] la différence, qui passe par ou pour la folie, peut être le fondement de la création artistique (Fuller, Gance, les cinéastes nippons, Maupassant, Poe, Holderlin, Walser, Nerval, Althusser, Hedayat, Van Gogh, Pollock, etc...). De même, beaucoup de grands artistes ou créateurs sont des déliquants, délinquants politiques (Dostoïevski, Céline, Voltaire, Hugo, Brasillach, Chénier, Soljenitsine, Drieu) ou délinquants tout court (Villon, Marlowe, Malraux, Genet, Chessman, Godard, Truffaut) souvent régénérés par l'art. »
Publié par ARB - dans REVUE DE PRESSE
11 janvier 2010 1 11 /01 /janvier /2010 21:52
Francis Richard, membre des ARB (Association des Amis de Robert Brasillach), a publié le 3 novembre dernier sur son blog un portrait de Jean-Claude Fontanet, ARB récemment disparu.http://img.over-blog.com/300x320/2/01/70/59/Lectures/Jean-claude-fontanet.jpg
Publié par ARB - dans REVUE DU NET
11 janvier 2010 1 11 /01 /janvier /2010 01:53
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Publié par ARB - dans REVUE DE PRESSE
7 janvier 2010 4 07 /01 /janvier /2010 00:23

Dans un article paru sur le site "Mediapart", à propos de l’affaire Siné-Val, Edwy Plenel mentionne Robert Brasillach. Nous le reproduisons, après le blog de Charles Tatum.


« Charlie Hebdo » : la vérité des faits contre la folie des opinions

03 août 2008 Par Edwy Plenel  C’est la folie de l’été, et cela ne présage rien de bon. De tribunes en points de vue, de pétitions en excommunications, de réquisitoires en plaidoyers, l’affaire Charlie Hebdo semble devenue la discorde majeure du moment. Il y a deux semaines, Mediapart avait tenté de sauver un peu de rationalité pour, à la fois, rendre intelligible cette histoire, la remettre à sa juste place et enrayer le déchaînement des passions. L’article s’intitulait L’affaire «Charlie Hebdo» ou la caricature de l’époque » et, depuis, c’est peu dire que de constater combien la réalité a dépassé nos craintes. Le licenciement du dessinateur et chroniqueur Siné par Philippe Val, directeur de l’hebdomadaire, au motif d’une phrase publiée sur la soif de réussite de Jean Sarkozy, appuyée par l’évocation de son éventuelle conversion au judaïsme pour épouser sa fiancée, héritière des fondateurs de la chaîne Darty, a désormais échappé à ses premiers protagonistes – l’équipe de Charlie Hebdo. C’est devenue l’Affaire du moment, très parisienne et fort violente, devant laquelle chacun est sommé de choisir son camp, sans qu’on lui donne les moyens de s’informer avant de se prononcer. 

Ce retournement a vraiment commencé avec un point de vue de Bernard-Henri Lévy, publié dans Le Monde le 21 juillet, trois jours après notre propre article. Selon une stratégie offensive rodée depuis l’irruption sauvage des «Nouveaux philosophes» à la fin des années 1970, BHL sonnait la charge sans nuances ni précautions, assimilant le dessinateur à «l’antisémitisme le plus rance» dans un propos qui frappait large, dénonçant comme ses complices «l’islamo-gauchisme» en général et le philosophe Alain Badiou en particulier. Le titre de l’article en suggérait clairement l’enjeu politique : «De quoi Siné est-il le nom?» est un décalque de l’intitulé de l’essai consacré, fin 2007, par Badiou à la critique du sarkozysme, De quoi Sarkozy est-il le nom?   (Lignes, 2007). Quatre jours plus tard, le 25 juillet, dans un unanimisme inhabituel, c’était au tour du Figaro et de Libération de prendre le relais.

Dans les colonnes du quotidien de droite, l’éditorialiste Alexandre Adler, après avoir affirmé que Siné présente «les juifs comme les maîtres de l’argent et de la société française», appelait solennellement nos concitoyens à faire de cette affaire «un test en grandeur réelle de la santé de notre corps politique» en manifestant, «au-delà des clivages politiques traditionnels», l’«horreur» et le «mépris» qu’elle leur inspire. Auparavant, il s’était interrogé sur «la haine antisarkozyste»«Un homme, Nicolas Sarkozy, proclame, sans cesse, qu’il est une opportunité pour une France qui peut se secouer de la rancœur petite-bourgeoise de la corporation et de l’éloge de la paresse, et voici que les antisémites, comme un essaim de mouches, s’en prennent à sa personne, ou, le cas échéant, à celle de son fils».     en ces termes :

Pour finir, Adler comparait Philippe Val, pour sa «trempe», au Zola de l’affaire Dreyfus – le célèbre «J’accuse», paru dans L’Aurore – et décernait aux «pétitionnaires semi-trotskistes en faveur de l’éternel stalinien Siné» un brevet de déshonneur : ils ont, selon lui, «la bassesse de Drumont, de Maurras ou de Bernanos», façon de les renvoyer à l’extrême droite en associant pêle-mêle Edouard Drumont (1844-1917), l’auteur de La France juive, Charles Maurras (1868-1952), le fondateur de l’Action Française, et Georges Bernanos (1888-1948), qui rompit avec celle-ci, soutint les Républicains espagnols et refusa la Collaboration pétainiste, mais continua, après-guerre, de se dire antisémite. Le même jour, Laurent Joffrin, directeur de Libération, quotidien classé à gauche, choisissait, pour dénoncer Siné et ses soutiens, les mêmes références que l’éditorialiste du Figaro, à une exception près : Bernanos était remplacé par Robert Brasillach, écrivain collaborateur fusillé à la Libération.

Sans les citer précisément – ce que ne faisaient pas plus BHL et Adler –, Joffrin rendait son verdict : «On dit que les écrits de Siné ne sont pas antisémites ? Quelle blague ! Le polémiste lourdingue associe dans la même phrase le juif, l’argent et le pouvoir, en expliquant que l’alliance avec le premier vous donnera les deux autres… Si ce cliché n’est pas antisémite, alors les écrits de Drumont, de Maurras, et de Brasillach, ne le sont pas non plus». Dès la première phrase, le directeur de Libération avait désigné la cible de son courroux, au-delà du caricaturiste lui-même : «Les bataillons quelque peu cacochymes de l’extrême gauche “antisioniste”». La suite de l’article se voulait une réflexion opposant ce condamnable «antisémitisme de gauche» à la critique légitime de l’islamisme, et débouchait elle-même sur un dérapage, dont nous reparlerons : «Attaquer une religion n’est pas attaquer une race. […] On choisit sa religion, on ne choisit pas sa race. […] Le fait d’être juif n’est pas un choix». Sur le site du quotidien, le mot race a, depuis, été remplacé par celui de communauté, pour la première occurrence, et par celui d’origine pour la seconde – Joffrin ayant juste admis   que «l'apparition du mot race dans un texte antiraciste n'est pas heureuse».

Une gauche contre une autre

Quelques jours plus tard, éditorialistes et commentateurs étaient rejoints par des voix plus officielles. Le 28 juillet, la ministre de la culture et de la communication, Christine Albanel, faisait savoir son soutien à Philippe Val, assurant dans un communiqué que «le dessin et les propos de Siné renvoient à des clichés et caricatures d’un autre temps que l’on aimerait voir disparaître à jamais», sans que l’on comprenne à quel dessin elle faisait allusion puisque la polémique a pour seul point de départ quelques lignes écrites d’une chronique manuscrite. Le même jour, le Conseil représentatif des institutions juives de France (Crif) assurait de sa solidarité le directeur de Charlie Hebdo «dont la décision fait l’objet d’une véritable campagne de haine». Le lendemain, la Ligue internationale contre le racisme et l’antisémitisme (Licra), dont le président, Patrick Gaubert, ancien membre du cabinet de Charles Pasqua au ministère de l’intérieur (1993-1995), est, depuis 2004, député UMP au Parlement européen, annonçait son intention de poursuivre en justice Siné, qualifiant ses propos de «poncifs de l’antisémitisme le plus éhonté».

Deux jours plus tard, le 31 juillet, une spectaculaire tribune du Monde   élargissait de façon significative le cercle des défenseurs de Philippe Val et des procureurs de Siné. Elle élargissait aussi l’objet même du procès, campant le dessinateur en récidiviste «des propos homophobes, antisémites et racistes» avec le rappel d’autres dérapages verbaux ou écrits de Siné, l’un en 1982 sur les ondes de la radio Carbone 14 – «Je suis antisémite et je n’ai plus peur de l’avouer» –, l’autre de 1997 à propos de la GayPride – «Les gousses et les fiottes qui clament à tue-tête leur fierté d’en être me hérissent un peu les poils du cul» –, le troisième de 1997 également, à propos des harkis – «Traîtres à leur patrie, ils ne méritent que le mépris!» En réalité, écrivent les vingt pétitionnaires, c’est «ce qu’a écrit et dit Siné depuis trente ans» qui est en cause et «le seul tort de Philippe Val aura été de supporter ce qui, en réalité, n’était plus supportable depuis longtemps».

L’originalité de ce texte est qu’outre les BHL et Adler précédemment cités, ses dix-huit autres signataires représentent la gauche dans sa diversité plurielle, d’appartenances ou d’itinéraires, à l’exception de l’extrême. Le PS est représenté par le maire de Paris, Bertrand Delanoë, et par le sénateur Robert Badinter ; le PCF par Jean-Claude Gayssot, vice-président de la région Languedoc-Roussillon et, surtout, auteur de la loi de 1990 qui tend à réprimer «tout propos raciste, antisémite ou xénophobe» ; les Verts par la sénatrice Dominique Voynet. De plus, les relais ou soutiens sociétaux de la gauche de gouvernement y sont incarnés par SOS-racisme, via son président, Dominique Sopo, et par des intellectuels connus pour leurs fidélités à cette famille – la metteur en scène Ariane Mnouchkine, l’historienne Elisabeth Roudinesco, les écrivains Hélène Cixous et Fred Vargas. Enfin, les signatures emblématiques d’Elie Wiesel, prix Nobel de la paix, et Claude Lanzmann, auteur du film Shoah, ajoutent au poids de ce texte.

Voici donc où nous en sommes, stupéfaits ou perdus, égarés ou divisés, en tout cas passés en un mois d’une étincelle à un incendie : des quelques lignes de Siné sur Sarkozy fils parues le 2 juillet à un aussi vaste que violent règlement de compte au sein de la gauche, d’une gauche contre une autre, acharnée à traquer – sous les masques divers de l’antisionisme, de l’anticapitalisme, de l’anticonformisme, de la provocation et de la caricature, du gauchisme ou du trotskysme – un «antisémitisme de gauche», danger à ce point immédiat que le directeur du Nouvel Observateur, Jean Daniel, s’en est emparé dans son dernier éditorial, pour à la fois le relativiser et le condamner. Au-delà des convictions de chacun sur l’affaire elle-même et sans négliger aucunement l’enjeu symbolique de l’antisémitisme, on peut douter que la gauche socialiste, déjà bien atteinte par ses divisions et ses impuissances, aura gagné à la mise au centre de ses préoccupations de cette polémique, alors même que le pays est toujours en panne d’une opposition digne de ce nom à la politique concrète du pouvoir sarkozyste.

D’autant moins que ce tsunami parti d’une vaguelette est une machine à produire de la confusion. Il semble avoir tout emporté sur son passage, tout ce qui pourrait rendre intelligible cette histoire : le respect des faits, l’exercice de la raison, la compréhension des contextes, la mise en perspective, la précision et la rigueur. C’est ce que l’on voudrait ici démontrer en s’essayant au décryptage. Car, dans ce déluge de tribunes accusatrices, on se sait plus ce qu’a écrit exactement Siné, ni pourquoi ni comment est né le conflit avec Val. Ainsi, on écrit qu’à travers ce dernier, il faut soutenir Charlie Hebdo, mais on ne dit pas que, dans le dernier numéro de l’hebdomadaire, paru le 30 juillet, son fondateur, Cavanna, et son rédacteur en chef adjoint, le dessinateur Charb, n’épousent pas le parti pris du directeur.

Un journal se réduit-il à son directeur ?

Le premier, Cavanna, écrit : «L’affaire se réduit à cela : une plaisanterie, certes dangereuse mais occasionnelle de Siné, une erreur d’appréciation de Val. Une gaminerie, une bouffée de panique. Pas de quoi fouetter un chat». Et, comble du paradoxe, Cavanna d’inviter Siné le licencié à revenir – mais comment puisque Philippe Val exclut ce scénario? – plutôt que de jouer les martyrs «d’un malentendu monté en mayonnaise». Quant à Charb, il écrit ceci, qui paraît à mille lieues de ce qu’on a lu plus haut : «Tous les protagonistes de cette histoire ont dû sérieusement merder (moi aussi) à un moment donné pour que le débat, qui s’est élargi à toute la France, tourne autour de l’antisémitisme de Siné. L’est-il, ne l’est-il pas ? A Charlie, personne n’a eu à répondre à cette question et personne n’a dit que Siné était antisémite (y compris ceux qui ne peuvent pas blairer ses chroniques), parce que ça n’a jamais été le sujet du débat. Aurait-on travaillé durant seize ans avec un antisémite ? Moi, non. Une phrase – la phrase, désormais – dans une chronique pouvait être mal interprétée par des gens de bonne foi (quelques uns) et instrumentalisée contre Charlie par des gens de mauvaise foi (plus nombreux). […] Le débat en interne à Charlie était : la phrase de Siné pouvait-elle paraître ambiguë à certains ? C’est tout. Il s’agissait de lever une ambiguïté, pas d’accrocher le panneau « antisémite » autour du cou de Siné. »

Ces citations nous rappellent utilement les particularités de la scène sur laquelle se joue ce petit théâtre de la cruauté : un journal. Un journal, c’est-à-dire le lieu par excellence de la liberté d’expression, d’information et d’opinion – de son libre exercice, de son pluralisme préservé et, surtout, de son élaboration collective. Un journal qui, par conséquent, en tant que collectif rédactionnel, ne saurait se réduire à son seul directeur. Charb y insiste : Siné est depuis le premier jour de l’aventure du second Charlie Hebdo. Et il n’aurait pas travaillé durant seize ans à côté d’un antisémite. Les dérapages opportunément exhumés par les détracteurs du caricaturiste étaient aussi publics que connus dans l’équipe, sans que jusque là on y trouve à redire. Loin de nier les plus spectaculaires d’entre eux, notamment cette désastreuse tirade antisémite de 1982, nocturne, alcoolisée et radiophonique, pour laquelle il sera condamné sur instance de la Licra, Siné s’en est soit excusé soit expliqué. De plus, rien dans ses engagements publics ne permet de l’assimiler à la récurrente mouvance rouge-brune, spectaculairement incarnée par la dérive de Dieudonné, passé de l’antifascisme militant au lepénisme criant. Enfin son ultime chronique, non publiée, pour Charlie Hebdo tout comme ses droits de réponse à Libération montrent qu’il rejette par avance les solidarités nauséabondes que pourraient lui valoir les résonances douteuses de sa phrase initiale, point de départ du conflit.

Un journal, donc, mais surtout un journal satirique, outrancier, provocateur, choquant, blasphématoire, etc. Au-delà du cas spécifique de Siné, dont le trait de dessinateur est plus généreux, voire tendre, que ne sont ses paroles ou ses écrits, on peut – c’est mon cas – ne guère supporter les registres misogyne, homophobe, antireligieux, xénophobes, racistes, etc., sur lesquels surfent, peu ou prou, avec plus ou moins de talent, plus ou moins de légèreté, les humoristes et caricaturistes de nos gauloiseries hexagonales – écrites, mais aussi radiophoniques, télévisuelles ou théâtreuses. Mais, sauf à céder à une police de l’humour et de la caricature, qui imposerait sa bienséance bornée et son conformisme bêta aux insolents, aux malséants et aux mal-pensants, tout authentique défenseur des libertés démocratiques doit ici raisonner comme le libéral Tocqueville, au mi-temps du XIXe sciècle, à propos de la jeune et excessive presse américaine : «Il n’y a pas de milieu entre la servitude et la licence de la presse… Pour recueillir les biens inestimables qu’assure la liberté de la presse, il faut savoir se soumettre aux maux inévitables qu’elle fait naître». Cela signifie-t-il, pour autant, qu’il n’y a jamais de limites, ni lois, ni règles ? Evidemment, non. Mais elles font droit – comme l’a justement rappelé le procès gagné par Charlie Hebdo dans l’affaire des caricatures de Mahomet dont l’une d’elles assimilait indistinctement les musulmans à la violence – à des circonstances atténuantes, à des excuses de contexte, à des nuances d’expression.

Même à cette aune, celle non pas de nos avis subjectifs mais de la jurisprudence objective, il n’est aucunement certain que, dans ce cas d’espèce, Siné serait condamné. Ce n’est pas, en tout cas, l’avis, sur son blog, d'un magistrat qui a longtemps requis, comme procureur parisien, sur des délits de presse, Philippe Bilger, ni d’un confrère plutôt pondéré du Nouvel Observateur, François Reynaert. Car il faut bien en revenir au corps du délit, aujourd’hui noyé sous les attendus, idéologiques ou historiques. Les détracteurs de Siné soit oublient de le citer, se contentant de le résumer par l’association scandaleuse des mots «juifs» et «argent» – ce qui est leur interprétation et non sa citation –, soit sortent leurs vieux dossiers à la manière d’un casier judiciaire – ce qui témoigne d’une vision vengeresse plutôt que d’un examen serein. La phrase exacte de la chronique de Siné qui est au cœur de la polémique est celle-ci : «[Jean Sarkozy] vient de déclarer vouloir se convertir au judaïsme avant d’épouser sa fiancée, juive, et héritière des fondateurs de Darty. Il fera du chemin dans la vie, ce petit.» On devine, et nous l’avons écrit, ce que peut suggérer de façon subliminale cette association de la conversion au judaïsme, de l’envie de réussir et du mariage avec une héritière. Mais la justice peut-elle condamner le subliminal, qui renvoie aux mauvaises pensées ou aux idées malfaisantes des lecteurs, quand, en vérité, elle est saisie de l’explicite? Et quand l’auteur assure qu’il aurait écrit la même chose s’il s’agissait de la conversion du même jeune homme pressé à n'importe quelle autre religion ?

Fixités identitaires et dénonciations aveugles

Renvoyant tel un miroir le lieu commun du racisme, l’énoncé catégorique de cette fixité identitaire est à rebours de tous les acquis d’une culture progressiste ouverte au monde et aux autres. Dès lors, la chasse à l’antisémite subliminal, potentiel ou imaginaire, masque une régression vers l’identitaire, le clos, le fermé, l’immuable, l'enraciné. C’est la diabolique ruse de cette folle histoire: la dénonciation d’un antisémitisme ancien, que revitaliserait l’ombre portée du conflit israélo-palestinien, rend aveugle à l’émergence d’un nouveau racisme, aussi banalisé que théorisé, qui voit dans le brassage, le mélange et le métissage, le symbole même de la perdition et de la dégradation d’identités fantasmées, qu’elles soient nationales ou communautaires. Un racisme dont, évidemment, non seulement l’immigration contemporaine, maghrébine ou africaine, mais tout simplement les Français issus de notre empire colonial et de ses confettis résiduels, sont les premières victimes, dans l’ordinaire de notre indifférence collective.  
   
L’antisémitisme ne sera jamais une affaire classée, tant sa longue généalogie appelle une durable vigilance, tant la mémoire du génocide doit continuer de nous alerter sur le possible surgissement de la barbarie au cœur de la civilisation. Et il n’est pas niable que ses relents émergent parfois aux recoins de solidarités ignares ou grossières avec la cause palestinienne. Mais il n’est pas niable non plus que la fixation exacerbée sur le seul antisémitisme, au risque de l’aveuglement sur d’autres racismes, sert des dispositifs qui, loin d’apaiser les passions, les attisent au service d’une cause qui recouvre les théories les moins raisonnables des néo-conservateurs américains et des faucons israéliens. Dès lors, la peur devient la seule conseillère d’une fuite en avant dans le conflit, la guerre, l’abîme.  
   
Dans sa récente réponse aux attaques dont il est l’objet, Alain Badiou a fort clairement démonté cette mécanique. La criminalisation répétée, sous l’accusation infamante d’antisémitisme, des défenseurs estimables et respectables de la cause palestinienne – cause dont la diplomatie mondiale s’accorde à dire qu’elle a le droit pour elle mais lui en refuse toujours la réalité – fait partie de cette stratégie qui n’est rien moins qu’une politique du pire. Le sociologue Edgar Morin   en a été honteusement victime et s’en est expliqué dans un essai, Le monde moderne et la question juive (Seuil, 2006). Tout comme le philosophe Daniel Bensaïd qui a consacré à l’antisémitisme et à l’antisionisme tout un chapitre de son récent livre fort péguyste de réponse à Bernard-Henri Lévy, Un nouveau théologien B.-H. Lévy (Lignes, 2007). Tous deux sont juifs, de culture, d’histoire, de famille, et en connaissent l’ancestral prix de persécutions, mais ils se refusent à en faire une clôture ou une crispation identitaires. Tous deux, évidemment, ont signé la pétition de soutien à Siné.

http://www.soutenir-sine.org/petition/

Cet article est long, et je prie ses lecteurs de m'en excuser. Mon objectif était d'opposer un peu de rationalité factuelle à ce qui me semblait une confusion intellectuelle. Je me suis essayé à des versions plus courtes, mais je me suis vite aperçu qu'elles m'obligeaient à simplifier avant d'expliquer, bref à tomber dans les travers que je critiquais. J'ai donc fait le choix de mettre à plat cette polémique pour permettre à tous ceux qui n'en avaient pas suivi les divers méandres de connaître les arguments que j'allais ensuite m'efforcer de démonter. Cela prend de l'espace (de publication) et du temps (de lecture). Mais c'est aussi l'occasion de montrer que Mediapart défend, sur Internet, un journalisme de référence, contre la fausse évidence que le Web ne tolérerait que des formats courts, facilitant le zapping plutôt que retenant l'attention. A vous, maintenant, de nous dire si ce choix rencontre aussi vos attentes. 
J'ai agrémenté chaque page d'une reproduction d'anciens dessins de Siné, donnant un aperçu de son style et, sous l'onglet "Prolonger", je propose à votre réflexion deux vidéos de Coluche, l'une sur les juifs, l'autre sur le racisme, qui illustrent très précisément notre sujet. 

La Licra et le précédent de «Libération» - Surtout, que dire alors des phrases suivantes, publiée une semaine avant la chronique de Siné dans le quotidien Libération ? Il s’agit d’un article de Christophe Ayad et Antoine Guiral, intitulé «Sarkozy comme chez lui en Israël»  et paru le 23 juin. Après une évocation des liens familiaux de Nicolas Sarkozy, catholique non pratiquant, avec le judaïsme, on y lit ceci : «Patrick Gaubert, président de la Licra et ami de Nicolas Sarkozy, assure n’avoir jamais parlé de ces questions avec lui. “Nous partions parfois en vacances ensemble avec une bande de copains juifs, mais ne parlions jamais de religion.” Il remarque qu’aujourd’hui, le fils de Nicolas Sarkozy, Jean, vient de se fiancer avec une juive, héritière des fondateurs de Darty, et envisagerait de se convertir au judaïsme pour l’épouser. “Dans cette famille, on se souvient finalement d’où l’on vient”, s’amuse-t-il.» Nous sommes donc devant ce paradoxe que la probable source d’inspiration de Siné n’est autre que cette propagation par le président de la Licra, qui pourtant entend maintenant le poursuivre en justice, d’une information qui est présentée aujourd’hui comme une rumeur et que le caricaturiste s’est contenté de reprendre sans pratiquement y ajouter un mot, sauf ce commentaire : «Il fera du chemin dans la vie, ce petit».  
   
On doit à Delfeil de Ton, chroniqueur au Nouvel Observateur, figure du premier Charlie Hebdo et ardent défenseur de Siné, le premier rappel de ce chassé-croisé qui ajoute à la folie de cette histoire. On lui doit aussi, plus récemment, une mise au point sur un réquisitoire contre le «propalestinien» Siné du défunt Pierre Desproges, brusquement convoqué comme témoin à charge, dont il apparaît qu’il s’agissait d’un des procès pour rire de la vieille émission de France Inter, «Les flagrants délires», parodie de la justice expéditive des flagrants délits. «On peut rire de tout, mais pas avec n’importe qui», avait coutume de dire Desproges soulignant ainsi que la disqualification de l’outrance langagière en dérapage douteux dépend du contexte, de l’émetteur comme du récepteur, de ce qui accompagne et contredit, etc., bref de tout ce qui constitue, s’agissant d’un journal, une identité éditoriale. Il est, après tout, permis d’avoir toutes sortes de raisons de conviction, d’opinion ou d’idéologie pour vouer aux gémonies Siné. Mais un minimum d’honnêteté intellectuelle devrait faire admettre qu’en le jugeant, on juge forcément ce qu’il représente : la liberté de caricaturer, donc la liberté elle-même car, s’il n’est pas de liberté sans limites, il n’en est pas non plus sans excès – ce qu’a fort bien rappelé, dans Le Monde, l’écrivain Jean-Marie Laclavetine. 
   
Impossible dès lors d’ignorer ce fait que nombre de dessinateurs, qui souvent n’ont rien de gauchistes altermondialistes, soutiennent leur confrère, de Plantu à Tardi, en passant par Wiaz, Geluck, Pétillon, Got, Willem, Faujour, Tignous, Thouron, etc. De même que les quelques 9000 signataires de la pétition en faveur du caricaturiste   comprennent nombre de figures dont l’engagement contre le racisme et l’antisémitisme n’est guère discutable. Mais, hélas, dans l'un de ces emballements irrationnels qui – je pourrais en témoigner – n’ont pas toujours servi l’honneur de la presse, le temps des plaidoiries semble déjà dépassé et le verdict déjà rendu par les procureurs eux-mêmes. «On a tout fait à l’intérieur de Charlie pour qu’il n’y ait pas de procès, or à l’extérieur, Siné est condamné pour antisémitisme sans même avoir été jugé», confiait ainsi Charb à l’AFP le 1er août, confirmant au passage ce que Mediapart avait indiqué, à savoir que le déclencheur de la crise était la menace d’un procès du fils du président de la République. 
   
C’est cette démesure que l’on voudrait interroger, pour finir. Non seulement, comme nous avons tenté de le démontrer, elle est indifférente aux vérités de fait, leur préférant les folies d’opinion, mais, de plus, elle laisse parfois entrevoir, comme des lapsus, une vision de l’humanité fort éloignée de l’universalisme dont elle se réclame. Il n’est tout de même pas indifférent qu’au début du XXIe siècle, le directeur supposément éduqué et cultivé d’un quotidien respectable puisse écrire au fil de la plume, c’est-à-dire comme il le pense spontanément: 1. que l’on ne choisit pas sa race, 2. que l’on ne choisit pas d’être juif. Ce n’est pas seulement ignorer le b.a.ba, fort bien rappelé sur Mediapart par Thomas Heams, à savoir que les races n’existent pas et qu’évidemment, il n’y a pas de race juive, mais c’est aussi ne rien comprendre ni ne rien connaître de l’histoire juive elle-même, de la religion et des cultures qui y sont associées, de leur diversité et de leur complexité.

Publié par ARB - dans REVUE DU NET
21 décembre 2009 1 21 /12 /décembre /2009 17:02
Bonne nouvelle pour les partisans d’une réhabilitation politique de Robert Brasillach, question sur laquelle les ARB, en tant qu’association littéraire, restent neutres, tout en fournissant autant que possible les pièces pour alimenter le débat : Bernard-Henri Lévy vient de nouveau de plaider, en faveur d’un intellectuel, pour une absolution de l’adhésion « dans sa jeunesse, aux funestes théories de la violence révolutionnaire ». Dans une énième tribune en faveur de Cesare Battisti, parue dans son « bloc-notes » du Point (n°1942, 3 décembre 2009, p.178, « Lettre ouverte au Président Lula sur le cas Battisti »), il écrit en effet : « nombreux sont les juristes qui, après examen du dossier […], estiment plausible, je dis bien plausible, son innocence ; en sorte que vous courez aujourd’hui le risque de voir un homme dont le seul crime serait, dans cette hypothèse, d’avoir adhéré, dans sa jeunesse, aux funestes théories de la violence révolutionnaire finir ses jours en prison. »

Ainsi, aux yeux du Philosophe, Cesare Battisti ne devrait-il pas risquer d’être emprisonné pour avoir incité au crime ses compagnons d’armes, par ses écrits et prises de positions idéologiques, pour autant qu’il n’ait pas lui-même mis à exécution ses mots d’ordre terroristes. Dans le cas de Robert Brasillach, il est non seulement « plausible », mais même certain qu’il ne prit jamais les armes, si ce n’est pour aller se battre contre les nazis en 1939 (n’ayant pas suivi les exemples de sabotage ou de désertion du Parti communiste inspirés par le pacte germano-soviétique, tel celui de Maurice Thorez), et qu’il paya son adhésion au fascisme d’une salve de fusils un petit matin du 6 février. En toute logique, BHL devrait donc s’indigner, avec tous les trémolos dans la voix dont il est capable, que Robert Brasillach ait été exécuté pour ce « seul crime », similaire à l'"erreur de jeunesse" de Battisti (après celle du quadragénaire Polanski...), et militer, avec toute la fougue qu’on lui connaît, pour la réhabilitation de l’écrivain.

Comme quoi, Bernard-Henri Lévy n’imite pas seulement François Mauriac sur la forme, il va même en l’occurrence plus loin que Saint-François des Assises !

PMH.

 

Publié par ARB - dans REVUE DE PRESSE

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