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10 février 2010 3 10 /02 /février /2010 19:54
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8 février 2010 1 08 /02 /février /2010 22:33
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27 janvier 2010 3 27 /01 /janvier /2010 15:09

Dans le n°21 (été 2009) de la revue de Robert Ménard, Médias, le député Christian Vanneste, invité à donner son point de vue sur la liberté d’expression (propos regroupés avec d’autres, sous le tire « Respect des personnes ou nouveaux interdits ? »), déclare notamment (page 32) :

« Limiter la liberté d’expression ? Oui, dès lors que la pensée devient acte. L’insulte et la diffamation sont des actes. L’insulte d’une catégorie de personnes, de manière à susciter la haine à son encontre, constitue également un acte. Fallait-il fusiller Robert Brasillach ? Cet homme était intelligent, mais a fait part de son grand plaisir à coucher avec l’Allemagne et a tenu des propos insupportables à propos des Juifs. Or, cette pensée a conduit 6 millions d’entre eux à Auschwitz. De ce fait, sa pensée renvoyait au comportement et à l’action. »

Il enchaîne ensuite :

« Il faut également signaler le plaisir pervers qu’il y a pour certains à devenir le grand accusateur, le grand dénonciateur d’autrui. En ajoutant à cela le phénomène de victimisation, vous obtenez un processus vous menant, lorsque vous ne respectez pas le trio infernal, à être d’abord attaqué et condamné ensuite.

Ce trio infernal repose d’abord sur le politiquement correct. Les personnes habilitées à s’exprimer en viennent à s’autocensurer, de crainte de vexer tel ou tel groupe bien vu des journalistes. L’autocensure devient rapidement le deuxième élément, à savoir la pensée unique, c’est-à-dire le contraire de la démocratie. Le troisième facteur, beaucoup plus grave, relève du terrorisme intellectuel. Il s’agit de vous empêcher de parler, de vous mettre hors-jeu. "Celui-là", dit-on de vous, doit répondre des tribunaux et non pas du débat. Malheureusement, la justice suit le mouvement. De sorte que, pour un certain nombre de sujets, il n’existe plus de débat possible. »

Publié par ARB - dans REVUE DE PRESSE
21 janvier 2010 4 21 /01 /janvier /2010 22:43

Tratto da Linea del 24 aprile 2009

Quando si dice Brasillach, di solito parte la retorica. È un vizio antico in uso dalle nostre parti. È morto giovane, d’accordo. Gli hanno fucilato l’animo di ragazzo, gonfio di romanticismi e sogni belli. Certamente. Ma oggi questo giovanotto di cent’anni è più vero di ieri. Nato nel 1909, morto nel 1945: si è risparmiato di scendere tutti i gradini della degradazione, all’opera nella vecchia Europa da allora in poi. Si è sottratto al destino di chi, come noi, è cresciuto nell’impenetrabile nebbione del mito mitizzato senza mai veramente conoscerlo, viverlo, vederlo a colori. La fortuna dei martiri è questa. Aver trovato qualcuno che ti fucila al momento giusto. E così ha mantenuto intatto l’alone di gloria, suo è l’esempio. Per sempre. Versato ad ammirare chiunque concepisca l’impegno come un ribollire di energia, Brasillach cantò la giovinezza in quanto contenitore naturale di forza e di tensione… e ad esempio di Codreanu richiamava lo spirito monastico e militare, la «poesia rude e piena di colore… lo stato di illuminazione collettiva…»; dei rexisti celebrava «l’elemento più spettacolare e più attraente del mondo nuovo: la giovinezza. L’universo fiammeggiava, l’universo cantava e si radunava…». Del Fascismo, dunque, coglieva non tanto le dottrine politiche, i corporativismi, le sociologie, ma soprattutto la capacità di radunare, animare e galvanizzare masse giovanili soffiando nei loro cuori uno spirito di vita… questo Fascismo-dio, che muove l’argilla e la rende carne pulsante, Brasillach lo volle vedere come il mito del secolo.

E disse cose inaudite per qualunque orecchio sordo e avvizzito. Pronunciò frasi sbalorditive per chiunque abbia venduto l’anima al perbenismo. Trinciò definizioni ingiuriose per tutti i preti laici del conformismo. Scrisse che «il fascismo è spirito. È uno spirito anticonformista in primo luogo, antiborghese e l’irriverenza vi aveva la sua parte. È uno spirito opposto ai pregiudizi, a quelli di classe come a tutti gli altri…». Che parole! E che sintesi! Che solenne poesia dello squadrismo, del darsi e del darsi altrimenti! Citò Sorel, e ne estrasse un programma politico ristretto in un’unica, brevissima frase: «…i miti non sono cabale astrologiche… Bisogna considerarli modi di agire sul presente». Come l’amore inetto e sterile, il mito mitizzato è funereo e castrante, immobilizza mentre è nato per sospingere. Il mito vivente deve dunque essere storia, società, uomo vero in carne e ossa. Dedichiamo la riflessione a quanti spesso hanno fatto di Brasillach, e di tutto quanto il Fascismo, la retorica degli imbelli e un cartone inanimato.

L’accademico di Francia Thierry Maulnier, nel 1964, paragonò la morte di Brasillach alla malattia del genio, quella che ne interrompe il volo, che inspiegabilmente spezza all’improvviso un destino attraverso la «stupida ferocia della storia». Come per Chénier o per Kleist, la morte per Brasillach è stata un annuncio: «attraverso la grazia e la tenerezza colma di tristezza del gesto con cui hanno accarezzato le forme visibili ed invisibili della vita: di quella vita che Robert amava troppo per rassegnarsi alla sua usura». Dunque il poeta Brasillach ha consapevolmente accettato la morte nel momento in cui si rese conto che, da un certo momento in poi, la sua vita si sarebbe logorata e sciupata. Lo si direbbe proprio un prescelto dagli dèi, che sono soliti infliggere ai sopravvissuti o ai posteri la condanna inespiabile di lunghe esistenze deprivate di grazia.

Le inquadrature da cui è possibile osservare oggi Brasillach sono quelle di un altorilievo neo-classico. Saint-Loup provò a sintetizzare: «Un essere tutto luce come lui non poteva sostenere il combattimento con armi comuni. Gliene occorrevano altre, più temprate di quelle degli Spartani che ammirava. Le ha trovate nel supplizio e la sua morte mira più alto della sua vita; il suo sacrificio conduce infinitamente più lontano della sua penna. Ha persino “trasfigurato” il fascismo che egli sosteneva». Una mistica di questo genere è il pane quotidiano per ogni religione
<http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione> . Perfino per quelle che predicano l’umiltà e sono tronfie, elogiano la povertà, ma vivono di sfarzo e di potere… Di mistica si nutrono i devoti, come dell’esempio cui rifarsi, del santo cui appellarsi. E poco importa se storicamente l’Idea ha prodotto contraddizioni, atroci disinganni, menzogne. Gli uomini vivono nel fango ma, ogni tanto, hanno bisogno di alzare lo sguardo e di pensare alto. Dura un attimo, ma conta. Come ogni religione <http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione> che abbia mosso uomini alla milizia e al martirio di sé, anche il Fascismo ha i suoi santi. E Brasillach, mandato a morte mondo di peccato, conserva il suo alone di sorridente volontà di sacrificio. Non un “santino”, ma un uomo capace di assoluto. Giano Accame <http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/> , invece, e con parole straordinariamente suggestive, ne fece un “inattuale”: «Perchè Drieu è attuale, Céline <http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine> è ancora attuale, e Brasillach non lo è?». Scrisse che il suo ottimismo gli faceva un po’ pena, che le sue ingenue enfatizzazioni sul Fascismo e sul Nazionalsocialismo ne fecero un illuso. Un’anima semplice? Noi oggi, a tutto questo, vorremmo aggiungere l’elogio dell’ingenuo. Colui che rimane nel proprio gene. Che ne resta imbozzolato e non conosce l’altrove, bastando a se stesso. Wagner fece un poema dell’ingenuità di Sigfrido. E Parsifal non era forse un ingenuo? Quali figure, più di queste, richiamano alla mente la radicale opposizione col mondo moderno e con i suoi personaggi falsi, ottusi, materiali e gonfi di vuoto?

Brasillach ebbe la colpa di immaginare un mondo ribattezzato dal Fascismo come fosse una rivoluzione dello spirito, capace di rifare l’uomo dalla testa ai piedi. Parlando di Brasillach, Accame
<http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/> faceva del sarcasmo, alla sua maniera: «L’uomo nuovo che avevamo sognato non è diventato né migliore, come si sperava, né peggiore, come si temeva… abbiamo tirato fuori la testa dal disastro e ci siamo ritrovati adulti, sciatti, moralmente grigi, ma ben presto compiaciuti di noi stessi, dei nostri utensili, dei nostri guadagni, delle nostre ferie, sotto un cielo vuoto». Che terribile cantico al tracollo dello spirito poetico e che terribile denuncia circa il dilagare della più vile delle prose!

E poi è anche possibile che Brasillach fosse meno ingenuo di quanto pensiamo noi. Magari volle e si impose di essere poeta proprio perchè comprese alla perfezione che altrimenti sarebbe morto anche se avesse continuato a sopravvivere. Tra i non conformisti degli anni Trenta aleggiavano proiezioni e immaginative di cui noi oggi non possiamo comprendere che poche cose. Nella sua famosa Lettera a un soldato della classe ‘40, Brasillach in qualche modo ci spiega quanto poco fosse un illuso o un ingenuo. Il “caro ragazzo” a cui si rivolge è il giovane del dopoguerra e di tutti i dopoguerra. «Ti chiedo solo di non disprezzare le verità che noi abbiamo cercato, gli accordi che abbiamo sognato al di là di ogni disaccordo, e di conservare le due sole virtù alle quali io credo: la fierezza e la speranza».

Se pensiamo un attimo a quanto poco si aggirino per l’Europa mondializzata la fierezza e la speranza, si capisce che Brasillach non parlava il linguaggio etereo del metafisico con la testa tra le nuvole, ma quello concreto dell’uomo in cerca, sorretto dalla volontà di adornare l’esistenza di qualcosa, anche minima, per cui valga davvero la pena di essere vissuta. La fierezza e la speranza – ma non sarebbe un ottimo titolo per un libro postumo di Oriana Fallaci, certo ad altissima tiratura? – sono precisamente quelle cose di cui oggi manca completamente la povera Europa che ha fucilato Brasillach, colpendone ben più lo spirito che il corpo. Uomo tutt’altro che spaesato e abbandonato a sogni adolescenziali, Brasillach fu al contrario attento alla modernità, ne annusò certi segnali, ne apprezzò non poche manifestazioni, ne assaporò molti lati. Dal cinema alla musica jazz, al teatro, persino ai cartoni animati… e non gli fece difetto una “normalissima” inclinazione per la vita bella, suadente, rallegrante, esteticamente ricca e stimolante. E quando fu il momento, con la morte in faccia, mantenne quel sangue freddo che si addice più al navigato avventuriero che al semplice e al sognatore.

Noi gli perdoniamo facilmente di aver preso qualche memorabile “cantonata”. Non fu l’unico. Si tratta anzi di una regola storica. Rileggiamo volentieri le sue pagine visionarie, lisergiche, pregne di santa e sana allucinazione: via di fuga dalle miserie borghesi. Ripercorriamo insieme a lui l’arduo cammino di quanti furono per una lunga stagione al centro degli eventi e vi si tuffarono a capofitto secondo istinto. E confessiamo invidia per chi, come lui e molti della sua generazione, ha avuto in dono dal destino la possibilità di commettere anche grandi sbagli, potendosi dare l’aria di aver centrato il senso della storia. A noi è toccato in sorte di frugare tra gli avanzi degli altri, senza trovare nulla che non fosse avvilimento.
«Un accampamento di giovinezza nella notte, l’impressione di essere un tutt’uno con la propria Patria, il collegarsi ai santi e agli eroi del passato, una festa di popolo, ecco taluni elementi della poesia fascista, in cui è consistita la follia e la saggezza del nostro tempo. Ecco ciò, ne sono sicuro, cui la gioventù tra vent’anni, dimentica di tare e di errori, guarderà con oscura invidia e con inguaribile nostalgia…». Queste parole, effettivamente, nascondono un errore di valutazione. Ma non riguarda l’analisi del suo tempo, bensì la prognosi di quello a venire. Nessuno ha dimenticato le tare e gli errori, ma tutti ricordano soltanto quelli… e nessuno si azzarda a provare invidia o nostalgia per idee che, nel frattempo, lavorate a lungo da eserciti di termiti giganti, sono state ridotte a relitti terribili e a minacciose mostruosità.

Di Brasillach ci piacciono ancora e nonostante tutto e in faccia al mondo alcuni suoi fondamentali. L’Europa è uno di questi. Un asse latino-germanico, un pullulare di patrie e di identità rivendicate, un mito da agitare, e ancora oggi, e proprio nel momento in cui la parola “identità” è diventata una colpa e un insulto e al mito si affibbia la maschera tragica del delirio. Di Brasillach ci piace poi il suo anarchismo. La sua voglia mobile di raccontare storie di radicamento: «Voglio restare… restare nella tua ombra, ingannare l’attesa, il ricordo di avere atteso, sperare, attendere ancora…», fa dire a Berenice l’errante. Questo “restare” potrebbe diventare all’improvviso una parola d’ordine e un grido. Di pochi oppure magari di molti. Magnifica illusione o scelta pesante? Dopo tutto, lo aveva scritto ne I sette colori: «Ad altri gli entusiasmi della illusione, la certezza che mai ha dubitato di sé. Per noi, il nostro solo merito, in tutti i campi, è di esserci accettati, di avere scelto».

* * *

Tratto da Linea del 24 aprile 2009.

Publié par ARB - dans REVUE DE PRESSE
14 janvier 2010 4 14 /01 /janvier /2010 14:49
Dans un entretien donné au Groupement national des cinémas de recherche pour un dépliant promotionel relatif à son film La Terre de la folie, sorti à Paris le 11 janvier 2009, Luc Moullet déclare : « [...] la différence, qui passe par ou pour la folie, peut être le fondement de la création artistique (Fuller, Gance, les cinéastes nippons, Maupassant, Poe, Holderlin, Walser, Nerval, Althusser, Hedayat, Van Gogh, Pollock, etc...). De même, beaucoup de grands artistes ou créateurs sont des déliquants, délinquants politiques (Dostoïevski, Céline, Voltaire, Hugo, Brasillach, Chénier, Soljenitsine, Drieu) ou délinquants tout court (Villon, Marlowe, Malraux, Genet, Chessman, Godard, Truffaut) souvent régénérés par l'art. »
Publié par ARB - dans REVUE DE PRESSE
11 janvier 2010 1 11 /01 /janvier /2010 01:53
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21 décembre 2009 1 21 /12 /décembre /2009 17:02
Bonne nouvelle pour les partisans d’une réhabilitation politique de Robert Brasillach, question sur laquelle les ARB, en tant qu’association littéraire, restent neutres, tout en fournissant autant que possible les pièces pour alimenter le débat : Bernard-Henri Lévy vient de nouveau de plaider, en faveur d’un intellectuel, pour une absolution de l’adhésion « dans sa jeunesse, aux funestes théories de la violence révolutionnaire ». Dans une énième tribune en faveur de Cesare Battisti, parue dans son « bloc-notes » du Point (n°1942, 3 décembre 2009, p.178, « Lettre ouverte au Président Lula sur le cas Battisti »), il écrit en effet : « nombreux sont les juristes qui, après examen du dossier […], estiment plausible, je dis bien plausible, son innocence ; en sorte que vous courez aujourd’hui le risque de voir un homme dont le seul crime serait, dans cette hypothèse, d’avoir adhéré, dans sa jeunesse, aux funestes théories de la violence révolutionnaire finir ses jours en prison. »

Ainsi, aux yeux du Philosophe, Cesare Battisti ne devrait-il pas risquer d’être emprisonné pour avoir incité au crime ses compagnons d’armes, par ses écrits et prises de positions idéologiques, pour autant qu’il n’ait pas lui-même mis à exécution ses mots d’ordre terroristes. Dans le cas de Robert Brasillach, il est non seulement « plausible », mais même certain qu’il ne prit jamais les armes, si ce n’est pour aller se battre contre les nazis en 1939 (n’ayant pas suivi les exemples de sabotage ou de désertion du Parti communiste inspirés par le pacte germano-soviétique, tel celui de Maurice Thorez), et qu’il paya son adhésion au fascisme d’une salve de fusils un petit matin du 6 février. En toute logique, BHL devrait donc s’indigner, avec tous les trémolos dans la voix dont il est capable, que Robert Brasillach ait été exécuté pour ce « seul crime », similaire à l'"erreur de jeunesse" de Battisti (après celle du quadragénaire Polanski...), et militer, avec toute la fougue qu’on lui connaît, pour la réhabilitation de l’écrivain.

Comme quoi, Bernard-Henri Lévy n’imite pas seulement François Mauriac sur la forme, il va même en l’occurrence plus loin que Saint-François des Assises !

PMH.

 

Publié par ARB - dans REVUE DE PRESSE
17 décembre 2009 4 17 /12 /décembre /2009 14:43

Le Bulletin célinien reproduit dans son dernier numéro (n°314, décembre 2009), une lettre inédite de Céline à Robert Brasillach.

Publié par ARB - dans REVUE DE PRESSE
29 novembre 2009 7 29 /11 /novembre /2009 23:33

Dans un dossier sur la peine de mort publié par le magazine Flash Infos dans son numéro 27 (19 novembre 2009), deux articles évoquent le cas de Robert Brasillach (page 7) :

- l’un de Pierre Le Vigan : « La droite "dure" est souvent pour. C’est tout de même un paradoxe car, de Brasillach à Bastien-Thiry, ce sont ceux de ce bord qui se font fusiller. » ;

- l’autre d’Arnaud Guyot-Jeannin : « […] politiquement, la peine de mort ne doit pas être instrumentalisée contre les ennemis du système. J’ai trop en horreur l’exécution ignoble de Robert Brasillach et de Pierre Laval qui n’avaient fait que servir leur pays. »

Publié par ARB - dans REVUE DE PRESSE
22 novembre 2009 7 22 /11 /novembre /2009 15:38

Une métamorphose énigmatique

Éric Roussel, Le Figaro, supplément "Littéraire", 12 novembre 2009

«Le cas Bernard Faÿ du Collège de France à l'indignité nationale» d'Antoine Compagnon - Il retrace l'itinéraire de Bernard Faÿ, un intellectuel de l'entre-deux-guerres devenu un collaborateur patenté.

Dans les années 1970 paraissaient de loin en loin des livres d'un certain Bernard Faÿ, qui devait disparaître en 1979. Le dernier de ces ouvrages, consacré à Rivarol, sortit en 1978 ; curieusement, il ne comportait aucune présentation, même sommaire, de l'auteur. Après avoir lu la savante et passionnante étude que vient de consacrer à ce dernier Antoine Compagnon, professeur au Collège de France, on comprend mieux pourquoi. Figure du Tout- Paris intellectuel de l'entre-deux-guerres, spécialiste reconnu de la civilisation américaine, élu à ce titre au Collège de France à moins de quarante ans (il était en concurrence avec André Siegfried !), Bernard Faÿ se métamorphosa en effet pendant la guerre en collaborateur patenté de l'occupant. Administrateur de la Bibliothèque nationale, il s'illustra par le zèle avec lequel il poursuivit de sa vindicte les Juifs et mena une véritable croisade contre la franc-maçonnerie. Condamné aux travaux forcés en 1946, évadé quelques années plus tard, gracié en 1959, il eut une sinistre fin de vie, marquée par l'amertume et la certitude d'avoir été victime d'un complot.

Pour Bernard Faÿ, issu d'une famille de la bourgeoisie parisienne et catholique, la vraie vie commença pendant la Grande Guerre. Réformé, affecté à la Croix-Rouge aux armées, organisée par le comte Étienne de Beaumont, personnage central de la vie parisienne de l'époque, il gagna là son ticket d'entrée dans les salons, s'initia à la littérature, et fit la connaissance de nombreux citoyens du Nouveau Monde, en particulier Gertrude Stein. Rencontres décisives.

Vindicatif et rancunier

La paix revenue, Faÿ s'embarqua pour les États-Unis, enseigna à Harvard tout en revenant souvent à Paris où il continua de fréquenter Proust, Cocteau, les musiciens du groupe des Six, et les dadaïstes. «Il était alors, note Antoine Compagnon, un parfait homme du monde, et en plus un intellectuel aussi à l'aise à Chicago ou à San Francisco qu'à Paris, à la Sorbonne que dans le faubourg Saint-Germain.» Aux États-Unis, il publia des biographies de Washington et de Benjamin Franklin qui obtinrent une audience appréciable, à Paris, il collaborait à de nombreuses publications, et informait le public français des réalités américaines.

L'élection au Collège de France couronna ce départ en fanfare. À l'époque, Bernard Faÿ ne faisait pas figure d'extrémiste, même s'il écrivait dans des journaux clairement engagés comme Je suis partout. Il gardait assez de liberté de jugement pour faire dans ces colonnes l'éloge de Franklin Roosevelt, qui à ses yeux réveillait une Amérique enfoncée dans la crise. L'homme, en vérité, semblait surtout écartelé entre son traditionalisme profond, hérité de son milieu, une homosexualité honteuse qui le marginalisait, et la fréquentation de l'avant-garde. À cela s'ajoutait un caractère vindicatif, jaloux, rancunier.

Rien ne laissait malgré tout supposer les abîmes dans lesquels sombra ce singulier personnage de 1940 à 1945. Car ce ne sont pas seulement des opinions aberrantes que l'on put reprocher à Bernard Faÿ, mais bien des faits, générateurs d'un sort funeste pour de nombreuses personnes. Au bout du compte et au terme d'un travail d'une probité exemplaire, Antoine Compagnon s'avoue lui aussi incapable d'expliquer rationnellement la conduite de son triste héros. Dans leurs pires errements, Drieu la Rochelle, Benoist-Méchin, et même Brasillach conservèrent une certaine noblesse. Rien de tel dans le cas de Bernard Faÿ, dont la méchanceté, la mesquinerie et l'absence de toute générosité éclatent littéralement. Le vrai mystère est qu'un tel individu ait pu assez longtemps faire illusion et atteindre les sommets de la méritocratie républicaine. Mais il est vrai qu'aucun système de sélection ne peut déceler les failles intimes qui dictent les destinées humaines. Le drame de Bernard Faÿ fut sans doute de n'avoir pas réussi à réaliser l'unité de son personnage, de n'être jamais parvenu à transcender cet échec par l'art. Estimables, d'une érudition incontestable, ses livres ne constituaient pas l'œuvre dont cet esprit tourmenté rêvait probablement. D'où, comme dans le cas de Maurice Sachs, une haine de soi irrépressible, une fuite en avant, débouchant sur l'abjection.

Le cas Bernard Faÿ du Collège de France à l'indignité nationale d'Antoine Compagnon, Gallimard, coll. Suite des temps, 208 p., 21 €.

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